Prof.VITANTONIO SIRAGO

Professore di storia romana
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09 - Francesco De Martino su "Principato di Augusto. Concentrazione di proprietà e di poteri nelle mani dell’imperatore”, Dedalo, Bari, 1978


Francesco De Martino in Rassegne, “La parola del passato”, Fasc. CLXXXIV. Napoli Macchiaroli Ed. 1979. Su Sirago Vito A.:”Principato di Augusto. Concentrazione di proprietà e di poteri nelle mani dell’imperatore”. (Dedalo, Bari, 1978). Pp. 216.

(Testo)
“Il Sirago, che già si era affermato per i suoi originali contributi alla storia economica e sociale di Roma antica, studiando in particolare il fenomeno della concentrazione della proprietà nelle mani dell’imperatore a partire da Augusto ed indicando in questo la causa della crisi agraria del II secolo, ci dà ora una rielaborazione della figura di Augusto e del potere imperiale da lui costituito, accentuando l’importanza del fattore economico ed individuando nello stesso la base del potere stesso.
Augusto è visto nella luce di un tiranno, il quale nascondeva il suo assolutismo entro “farsesche” forme di ritorno al passato, mentre in realtà egli era il fondatore del potere personale e di nuove forme, culturali, politiche, religiose, che sono attentamente studiate nel saggio.
La tesi della monarchia in forme repubblicane tradizionali o meno non è nuova, ma la ricostruzione del Sirago è assai fine e la ricerca del fondamento economico del potere è una reazione giustificata contro tendenze storiografiche, che hanno sottovalutato, se non addirittura ignorato, questo fattore.
La disputa sul regime augusteo e sul personaggio è destinata a non esaurirsi e nemmeno l’opera del Sirago vi pone termine. La varietà contraddittoria dei giudizi trae alimento dalla complessità dei fattori storici, dall’ambiguità poco importa se voluta od oggettiva dell’uomo, che era pur sempre protagonista di una transizione, dalle influenze politiche che ispirano gli storici moderni, non meno di quelli antichi, dal clima generale di un’epoca.
Omissis
Tuttavia lo stato augusteo non era ancora quello dell’assolutismo e giustamente l’Autore evita questa confusione, già nel titolo stesso, sebbene più di una volta egli appare tentato di descrivere Augusto come un tiranno.
Omissis
In questo contrasto storico Augusto fu meno radicale di Cesare e nei confronti di Roma e dell’Italia evitò di apparire un monarca di tipo ellenistico. Fu astuzia politica, una farsa come dice il Sirago, o una convinzione di uomo dell’antico regime? In fondo il nocciolo della questione augustea sta in questo.
Il Sirago, come si è detto, ha il merito di aver raccolto tutti o quasi i dati sulle immense proprietà acquistate da Augusto e da persone della famiglia, ben oltre il patrimonio ereditario. Egli aveva quindi a disposizione, enormi ricchezze in buona parte per spese pubbliche e per elargizioni ai soldati e al popolo. Su questa imponente massa di dati l’A. fonda la sua tesi che la concentrazione della proprietà fu la base del potere augusteo. Naturalmente la tesi dell’A. non si può intendere nel senso ristretto che la disponibilità di danaro in misura adeguata è indispensabile alla lotta politica. Questo si sa bene da tutti ed i condottieri romani avevano senza scrupoli eccessivi mirato ad appropriarsi delle somme occorrenti per le loro imprese o per le lotte civili. Basterà ricordare che Cesare per prima cosa si era impadronito dell’erario allorché entrò in Roma alla testa delle legioni (Dio. C. XLIII 45,2). La tesi dell’A. è invece che “la fonte vera del potere ...apparentemente derivava dal consenso delle varie classi della società romana, ma in realtà dalla sua immensa ricchezza che gli permetteva di preparare o pagare il consenso, di armare legalmente i soldati, di sovvenire alle necessità dei bisognosi, senza ricorrere a nessuno, ma solo attingendo alle sue casse, ai suoi granai, alle sue miniere” (p. 25).
Forse in questa posizione estrema vi è qualche eccesso, perché parrebbe che in tal modo non esistesse più un’amministrazione pubblica delie finanze, mentre Augusto, come si sa, lasciò sopravvivere l’Aerarium repubblicano e diede avvio alla costituzione del Fiscus.
L’A. poco interessato a questioni giuridiche lascia da parte la questione se si debba o meno distinguere tra patrimonium e res privata principis e l’altra che sarebbe ancor più rilevante ai fini della sua indagine sulla natura delle res fìscales, se cioè esse siano o meno da comprendere nelle cose di proprietà dell’imperatore.
Omissis
La raccolta delle fonti relative alle proprietà imperiali è molto ampia.
Omissis
Per quanto riguarda l’elenco delle proprietà in Campania rilevo che il Sirago segue l’opinione comune dell’esistenza di un latifondo a Nola, “dove poi Augusto morrà nel 14 d.C.”(p.29).
Omissis
Al di là di rilievi marginali, vi sono nel saggio del Sirago, a parte la tesi centrale, varie interessanti e stimolanti considerazioni. In primo luogo l’A., pur riconoscendo che io ed altri scrittori siamo aderenti ai fatti e diamo la dovuta importanza ai dati economici, ritiene che non abbiamo saputo trarre tutte le deduzioni possibili. Pare che il mio errore sia stato di non aver tenuto conto del carattere patriarcale della società dove vi era spazio per la conquista del potere personale. Se fosse così non comprendo il senso della critica, che riguarda il tema controverso se il regime di Augusto fu o meno una rivoluzione. Qualora fosse vero che la società patriarcale favoriva la formazione del potere personale, si dovrebbe a maggior ragione desumere che non vi fu rivoluzione, ma se mai accentuazione dei tratti conservatori. Del resto l’indubbio conservatorismo di Augusto per quanto riguarda i fatti sociali e le sue tendente conservatrici, che risultano dal saggio del S. ulteriormente confermate, non dovrebbero lasciar dubbi sul carattere non rivoluzionario del trapasso. Naturalmente se con rivoluzione si intende qualsiasi trasformazione violenta del regime, allora la conclusione è diversa. Se invece una deficienza posso ammettere nel mio volume su Augusto questa consiste nel non aver sviluppato con ampiezza la parte concernente le proprietà imperiali, che non mi erano naturalmente ignote, ma che non misi nel sufficiente rilievo.
“Latifundia perdidere Italiam” (Plin., nat. hist. XVIII 6 [7], 35). Il Sirago respinge l’interpretazione comune di ordine economico e cioè la diminuita produttività dell’agricoltura, nonché quella militare della scarsità di reclute. Egli sostiene invece che Plinio intende riferirsi alle conseguenze politiche del latifondismo e quindi alla perdita della libertà.
Omissis
Molto interessanti sono le considerazioni del Sirago sugli ordini e le classi sociali. Per quanto riguarda gli equites l’A. si oppone alla tesi dello Hill sull’esisenza di una classe media, sostenendo con buone ragioni che essi non formavano nemmeno una classe omogenea.
Omissis
Anche sulla questione degli schiavi le considerazioni dell’A. sono giuste. Egli non si è lasciato attrarre dalle tendenze ora in voga, secondo le quali non vi sarebbe stata una crisi della schiavitù dipendente dalla diminuzione del numero degli schiavi, in quanto la riproduzione naturale avrebbe avuto ritmi elevati e tali da riempire i vuoti. Il Sirago invece ritiene che tutta la politica di Augusto nei confronti degli schiavi sia ispirata alla preoccupazione di garantire la permanenza di queste fondamentali forze di lavoro.
Omissis
La politica di Augusto fu favorevole ai liberti, che il Sirago propone di considerare come un "quarto ordine".
Omissis
Il libro si chiude con interessanti rilievi sulle influenze culturali e sulla distruzione di altre civiltà, come conseguenza dell’imperialismo di Roma e della stessa politica augustea. Io trovo questo giudizio alquanto eccessivo, perché Roma non cancellò le civiltà che avevano raggiunto un livello elevato e se la romanizzazione fu assai forte nell’Occidente, ciò avvenne perché le civiltà nazionali, la celtica o l’iberica, ad esempio, erano assai più deboli. Tuttavia nella stessa Gallia non furono mai abolite del tutto le tracce della civiltà nazionale e gli storici oggi discutono se ed in che misura la romanizzazione si sovrappose alla civiltà celtica. Quanto all’Oriente esso si era condannato da solo e l’impero unitario di Alessandro non era sopravvissuto al suo fondatore. A me pare che l’imperialismo romano, di fronte ai modelli dell’età moderna, non possa essere considerato il peggiore.
Il libro del Sirago fornisce alla nostra scienza un contributo vivo, vivace, spregiudicato nei giudizi, fuori di convenzionalismi e di conformismi. La ricerca delle basi materiali del potere pone il problema del principato di Augusto con i piedi per terra fuori dalle astrazioni del Führertum o delle mistiche religiose”.
Francesco De Martino



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