Prof.VITANTONIO SIRAGO

Professore di storia romana
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17 - Santino G. Bonsera su “Orazio e la sua terra", Pubblicità e stampa, Modugno (Ba) 1991


Santino G. Bonsera, nel “Giornale di Napoli”, Cronaca della Basilicata: “Orazio e la sua terra. L’autore è Vitantonio Sirago, docente universitario”.

(Testo.)
“Nella già vasta e imponente bibliografìa oraziana si inserisce ora un lavoro di Vitantonio Sirago (Orazio e la sua terra. Saggio storico geografico, Modugno 1991, pp. 135).
Docente di storia romana nell’ Ateneo barese, studioso di Orazio, avvalendosi di risultati di studi e ricerche raggiunti nella sua lunga attività scientifica e di una non comune conoscenza delle fonti, e dei risultati della ricerca archeologica interessanti la Puglia e la parte orientale della Lucania, Sirago esamina sotto una nuova luce aspetti antropici ed economici, situazione viaria e direttrici del traffico, flora e bacini fluviali della augustea Regio II Apulia e Calabria.
Attraverso il ricordo di Orazio dei luoghi della sua terra d’origine, ripercorre diacronicamente le fasi dei cambiamenti socio-ambientali che hanno caratterizzato la storia di questa regione e offre elementi utilissimi per il filologo interessato ai toponimi della nostra regione.
Non confuta, però, la tesi recentemente prospettata da studiosi locali, che identifica l’antica Forentum latina nella medioevale Lavello. L’humile Forentum, la bassa Forenza di Orazio, Oppidum Venusinae civitati proximum, già nel III sec. d.C. era sine habitatore. Abbandonato in epoca e per ragioni che ci sono ignote, i suoi abitanti si trasferirono nell’attuale sede, a 800 metri, conservando al nuovo centro abitato l’antico toponimo.
L’autore si sofferma sui legami di Orazio con la sua terra natale e sul suo sìncero sentimento della romanità, superando, nella visione dell’universalismo della civiltà romana che non annullò le piccole patrie, le fastidiose ed oziose “querelles” sulla antitesi tra patria naturale e patria Romana. Ennio e Virgilio, Stazio e Rutilio Namaziano, Properzio e Orazio non avvertirono alcuna contraddizione tra l’essere romano e sentirsi Calabro o cisalpino, campano o gallo, umbro o lucano.
Orazio, pur proclamando il suo amore per Roma, non dimenticò mai le sue origini, la sua terra lucana. Tra i poeti latini, egli è il più autobiografico, quello che più di tutti ha parlato di sé, della sua famiglia, della sua terra.
Del padre, che alcuni ritengono di origine ebraica, il poeta recupera e deposita l’immagine nel ritratto di padre-maestro sul modello educativo della migliore tradizione pedagogica romana di ascendenza catoniana, ma lasciandone intatto il fondo morale del contadino lucano; del genitore celebra soprattutto la pietas paterna di educatore integerrimo e premuroso che impartisce, per exempla, insegnamenti di vita additando esempi di virtù da seguire e di vizi da evitare e di custode del mos maiorum, secondo la mentalità conservatrice propria del contadino provinciale. Figura certamente idealizzata quella che il figlio tramanda del padre, di cui esalta la honesta paupertas e il coraggio di averlo portato a Roma, sibbene macro pauper agello, per sottrarlo ai malevoli commenti e alle umilianti derisioni dei compagni di scuola per le sue origini servili; una idealizzazione che tuttavia non deve essere molto lontana dal vero per quell’aspirazione cosi diffusa tra i provinciali del I sec. a.C. di elevarsi socialmente.
Altro polo degli affetti più intimi del poeta è la nutrix Pullia il cui imprinting si è cristallizzato nel ricordo delle aniles fabellae. Sostituto dell’immagine materna, la fabulosa Pullia viene evocata sullo sfondo dell’alpestre Vulture alle cui falde si estendevano i campi paterni e nei cui boschi, fanciullo prodigioso sfuggito alla custodia della nutrice, è strutturato, nella trasfigurazione immaginosa e mitica del sogno, con le immagini del suggestivo paesaggio del Vulture, che nel recupero memoriale, diventa luogo dell’infanzia, universo degli affetti più profondi e resistenti, alma tellus, terra materna, archetipia. Se Pullia vive nella fantasia del poeta come riflesso dell’immagine materna associata al Vulture, la figura del padre è strutturata con Venosa, indirettamente evocata dal nome del maestro Flavio, in un contesto connotato da sintagmi che denotano opposizione: da una parte Orazio, purus ed insons, ma libertino patre natus; dall’altra i boriosi magni pueri orti magnis centurionibus. La figura del padre giganteggia nella memoria del figlio per averlo allontanato da Venosa e sottratto alle umiliazioni dell’ambiente paesano. L’imprinting infantile della ostilità dell’ambiente e l’abbandono del luogo natale si configurano, allora, come fuga e filtrano il processo di rimozione della patria venosina e la stimmung imprecatoria di Carm. I, 28.
Se Pullia è sostitutiva dell’immagine materna, il Vulture con l’ailpestre Acerenza, le balze baritine, la bassa Forenza, diventa nella immersione memoriale il paese dell’anima, il referente nostalgico della piccola patria.
Al di là queste coordinate sentimentali, i riferimenti geo-etnici reperibili nella poesia di Orazio sono semplici denotazioni. A meno che non si voglia utilizzare anche Orazio per soddisfare la Clio indigena”.
Santino G. Bonsera




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