Prof.VITANTONIO SIRAGO

Professore di storia romana
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20 - Marina Silvetrini Nardulli su “Omaggio a Vitantonio Sirago”, Grumo Appula, 2003


Marina Silvestrini Nardulli, attuale docente di Storia Romana all’Università di Bari, è relatrice ufficiale a Grumo Appula il 19/12/2000, su: “Omaggio a Vitantonio Sirago”.

(Testo)
“Omaggio a Vitantonio Sirago. Grumo Appula, 19. XII. 2000”
“E’ per me un onore partecipare a questo omaggio al Prof. Vitantonio Sirago: ringrazio dunque Tommaso Regina, presidente del Centro Ricerche di Grumo, e il Sindaco, Nicola Domenico Rutigliano, di avermi dato questa opportunità.
Vitantonio Sirago ha insegnato Storia romana alla Facoltà di Magistero dell’Università di Bari, in qualità di professore ordinario dal 1977 al ‘90; dal ‘92 occupai quel posto come professore associato. Questa circostanza mi ha consentito di conoscere meglio il Prof. Sirago, di cui mi era ovviamente nota la produzione scientifica: infatti egli ha continuato e continua a collaborare con l’Università di Bari ed in particolare con la cattedra di Storia romana, puntualmente partecipando alle sedute di esame e alle periodiche iniziative (dibattiti e conferenze di colleghi italiani e stranieri). La sua presenza dà a questa attività evidentemente lustro e di ciò gli sono grata, ma soprattutto mi piace pensare che sia un segno del continuarsi della ricerca e della nostra comune fiducia nella ricerca storica.
L’uomo, il Grumese, lo studioso è il sottotitolo di questo omaggio: a me compete soprattutto di delineare aspetti dell’ampio e originale profilo dello studioso nella consapevolezza condivisa che l’attività degli studi è sostanziata dalla figura umana, dalla personalità complessiva, soprattutto dalla vasta e varia esperienza di vita. La sottolineatura che la conoscenza storica è tanto più ricca quanto più ricca è l’esperienza umana dello storico, è soprattutto merito dello storicismo tedesco (cfr. L. Cracco Ruggini, a cura di, Storia antica. Come leggere le fonti, Bologna 1996, p.XIV): una osservazione, questa, che mi è subito venuta alla mente considerando la produzione storica di Vitantonio Sirago. Aggiungo in proposito la ben conosciuta considerazione di un grande storico dell’antichità greca e romana Gaetano De Sanctis: vita magistra historiae, ha scritto, capovolgendo la nota proposizione degli autori classici: historia magistra vitae.
L’elenco delle pubblicazioni di Sirago consta di circa 250 numeri - elenco or ora arricchitosi del volume Il Sannio romano. Caratteri e persistenze di una civiltà negata (Napoli 2000), appena pubblicato - un dato evidentemente di per sé significativo; nell’ambito di questo lungo percorso, che non possiamo seguire nel dettaglio, isolerò alcuni temi che mi paiono di maggior rilievo.
Innanzitutto la storia agraria dell’ Italia, oggetto del volume L’ Italia agraria sotto Traiano, ma anche di una serie di altri saggi. Il volume è stato pubblicato a Lovanio ( Belgio) nel 1958, nella Serie dell’Università di Lovanio. E’ senza alcun dubbio l’opera del prof Sirago che ha avuto la eco maggiore in Italia e in Europa, segnalata dal numero e dal merito delle recensioni e non meno dal numero delle citazioni. Questo volume è ancora oggi a circa cinquant’anni, citato, soprattutto all’estero, circostanza abbastanza rara nell’ambito degli studi. Il motivo risiede essenzialmente nella tematica: nel 1958 si trattava di un tema sicuramente d’avanguardia; negli anni ‘50, ma ancora negli anni ‘60, predominavano gli studi tradizionali di storia politica, il volume sull’Italia agraria studia, invece, uno spazio delimitato, in un tempo ben definito - l’età traianea - andando a ricostruire l’articolarsi della proprietà (proprietà privata, proprietà pubblica nelle sue varie forme e nella sua localizzazione nelle varie regioni augustee), le forme della conduzione della proprietà (villa schiavile, colonato, mezzadria), il disegno della carta agricola dell’Italia (zone destinate alla cerealicoltura, al pascolo, alla selva ecc.). La ricostruzione è fondata su un’attenta lettura di testi antichi: i rinvii sono quasi esclusivamente alle fonti antiche, raramente agli studi moderni. E questo vale per l’intera produzione di Sirago: i rinvii agli autori moderni sono limitati per così dire ai classici della storiografia moderna: ad es. Theodor Mommsen, R. Thomsen (The Italic Regions from Augustus to the Lombard Invasions, Copenaghen 1947), A.J.Toynbee, (HannibaTs Legacy, Oxford 1965). Molta produzione storiografica attuale, ma anche molta ricerca archeologica si muove su temi di storia agraria, presenti in questo volume. Nella nostra stessa università barese uno dei filoni più vivaci dell’antichistica concerne lo studio del territorio con gli strumenti sempre più raffinati dell’archeologia e dell’epigrafìa, privilegiando tematiche quali le forme della proprietà, proprietà privata e proprietà del principe, ecc.). Credo si possa anche aggiungere che alla base di questo studio sull’Italia agraria ci sia stata anche l’esperienza precoce, dura di Sirago ragazzo nella conduzione dei fondi di famiglia in questa nostra Puglia interna. I caratteri imposti dalla geografìa, cui Sirago ha sempre prestato grande attenzione, fanno sì che in alcune aree (e la Murgia è tra queste) i segni della continuità siano assi più percepibili che altrove.
La seconda tematica che intendo sottolineare è la “Storia di ambiti geografici determinati”. Sirago ha scritto una serie di contributi di storia locale, per lo più dedicati alla storia della Puglia e alla storia del Sannio. Mi limito a ricordare il volume Puglia romana, edito da Edipuglia, Bari 1993, che raccoglie anche studi precedenti, il volumetto La regio II sotto Augusto, pubblicato da Liguori (Napoli 1978), studi su Grumo, Palo, Gravina, Lucera, Venosa, la Murgia e la sua vocazione pastorale, Siponto, il Salento, e poi su Benevento e sul Sannìo romano (saggi ora raccolti nel volume sopra citato, Il Sannio romano), la cui vicenda storica è delineata sino all’età tardoantica. Anche a proposito di questi contributi è opportuno mettere in luce innanzitutto la consonanza tematica con la ricerca più attuale: una delle tendenze più fruttuose degli studi degli ultimi decenni consiste nell’indagine sistematica di ambiti regionali specifici, nella consapevolezza della pluralità e complessità delle situazioni locali, pure nel contesto mediterraneo, caratterizzato da alcune costanti a livello climatico.
Puglia romana. Sirago sottolinea nel volume come la fisionomia unitaria della regione pugliese sotto il profilo territoriale e linguistico sia stato il portato della presenza romana: in altre parole come questa presenza sia stata fondante rispetto ad una realtà frantumata: una Puglia iapigia, una Puglia greca, una Puglia sannita. Come sappiamo questo profilo unitario fu il primo segmento di una lunga vicenda: l’identità della regione fu poi sommersa per secoli e in qualche misura riconosciuta ex novo in età postunitaria. Anche nel delineare la storia della Puglia, Sirago, nel solco dei suoi interessi, guarda con particolare attenzione alle trasformazioni agrarie. E qui pone in evidenza il ridimensionamento della produzione di grano in Puglia nell’età della romanizzazione: questa produzione era ancora consistente nei primi decenni del II sec. a.C, tanto che i Romani ne fecero incetta nel 172 a.C. allo scoppio della III guerra macedonica, successivamente andò riducendosi in prò dell’allevamento transumante su larga scala. Nel tardo impero (IV-V sec.) le fonti nuovamente mettono in evidenza la produzione di grano della regione: scrive Sirago: “una specie di ritorno alla più antica vocazione granaria esistente in Puglia al primo arrivo dei Romani” (p. 274). Questi processi economici sono stati oggetto negli anni recenti di analisi specifiche, anche molto minuziose in alcuni ambiti: per es. in Daunia ci si è pure giovati di ricognizioni archeologiche mirate - penso all’attività archeologica di Giulio Volpe -, analisi che hanno nelle grandi linee confermato il quadro delineato da Sirago, qua e là con accentuazioni differenti che non modificano il profilo d’insieme. Anche sotto l’aspetto sociale Sirago sottolinea l’infittirsi della presenza di cittadini romani in Puglia nel 1 a.C. e il presumibile passaggio della proprietà della terra nelle loro mani: scrive nel volumetto La regio II sotto Augusto (p. 87): ‘delle vecchie schiatte indigene non si vede più il volto nelle nuove città romane’; e qui posso aggiungere che proprio l’arricchimento costante della documentazione archeologica ed epigrafica consente una conferma di questo fenomeno ed una documentazione sempre più precisa dei suoi contorni. Proprio recensendo nel 1995 il volume Puglia romana (“Vetera Christianorum” 32, 1995, pp. 201-206) ricordavo un importante rinvenimento archeologico, la villa marittima di Mola di Bari, pubblicata dalla dott. Angela Ciancio della Sovrintendenza Archeologica della Puglia, nel 1994: una villa impiantata tra fine II e primi decenni del I a.C, ispirata da esperienze artistiche urbane molto nette, tanto che si è pensato all’intervento di maestranze non locali. E’ di grande interesse la presenza nel sito di tegole bollate M Caecilius da riferirsi alla prima costruzione della villa. Siamo di fronte ad una onomastica pienamente romana, anche senza pensare a connessioni con la grande famiglia dei Caecilii Metelli, in auge proprio nei decenni a cavallo tra fine II e inizi I a.C: connessioni che rimangono improbabili senza dati probanti. E si badi che tegole con lo stesso bollo sono state rinvenute nell’entroterra, nei pressi di Rutigliano, collegato al sito marittimo da un torrente: le tegole di Rutigliano sono state trovate a quanto sembra nel contesto di un’altra villa, dotata di impianti produttivi. Questa tipologia - un fundus dislocato nell’entroterra ed un approdo marittimo controllato dal medesimo dominus, spesso anche in prossimità di una villa maritima - è nota nell’Italia romana e anche in Puglia, trova confronti in un’altra villa garganica, quella di ‘Località Agnuli’ (cfr. G. Volpe, La Daunia nell’ età della romanizzazione, Bari 1990, pp. 183-195).
Altro tema messo a fuoco e studiato da Vitantonio Sirago è il fenomeno ribellistico. Per quanto attiene alla Puglia si tratta di ribellismo prevalentemente servile. La storia delle Puglia romana è attraversata da un filo ininterrotto di rivolte, da quella famosa connessa alla repressione dei Baccanali del 186 a. C, a ridosso della conclusione della guerra annibalica, ai tentativi imperiali di combattere il brigantaggio nella seconda metà de IV sec. d.C, attestati dal codice teodosiano, passando attraverso la rivolta di Spartaco che lambisce la Puglia, i preparativi di una ribellione di schiavi condotta nella regione da Catilina, la rivolta suscitata a Brindisi e nei centri vicini da Tito Curtisio nel 24 d.C, la repressione di A. Plauzio, inviato in Apulia ad servos torquendos, come ricorda una ben nota iscrizione di Allifae in età augustea, le accuse rivolte a Domìtia, la zia di Nerone di non sapere tenere a bada i suoi servi nel Salento, per arrivare all’episodio clamoroso del brigante Bulla Felix che tenne in scacco l’imperatore Settimio Severo per due anni nel 206-207, avendo come raggio d’azione la via Appia e la via Traiana, quindi certamente la Puglia, oltre che l’Irpinia, la Basilicata e forse un territorio anche più vasto. Devo aggiungere che il grave episodio di Bulla Felix non è generalmente valorizzato in maniera adeguata nei tantissimi studi sulle regioni meridionali: e dunque appare estremamente opportuna la focalizzazione che ne ha fatto Sirago.
Al tema del banditismo più in generale, Sirago ha peraltro dedicato un volumetto specifico, intitolato Trecentomila croci. Banditi e terroristi nell’Impero romano (Edizioni New Press, Como 1984), anche questo un tema di ricerca indagato negli ultimi anni che notoriamente hanno visto un allargamento dell’indagine storica anche ai ceti emarginati.
Prima di guardare ad altri contributi, vorrei soffermarmi su un personaggio della grande storia, una donna ricchissima, Calvia Crispinilla, la cui vicenda si intreccia con la storia della Puglia, personaggio di cui Sirago si è occupato in un contributo specifico apparso nella rivista “Vichiana” del 1978, ma poi anche lungamente nel volume sulla Puglia romana. Calvia Crispinilla è una donna nobile (negli studi prosopografìci considerata appartenente all’ordine senatorio), tra le più vicine all’imperatore Nerone - ne parlano Tacito, Historiae, 1, 73 e Cassio Dione (Sifìlino), 63, 12, 3 - Tacito, che la definisce magistra libidinum di Nerone, descrive la sua partecipazione per molti aspetti problematica alla crisi del 68/69: è possibile che questa donna così vicina a Nerone abbia sostenuto la rivolta in Africa del legato Clodio Macro, come suggerisce il testo di Tacito (anche se molti studiosi autorevoli pensano piuttosto che fosse stata mandata in Africa da Nerone per trattare con Clodio Macro); riuscì comunque ad evitare gli scogli del diffìcile periodo di Galba, Otone e Vitellio, sposò un consolare e visse riverita e potente in età flavia, grazie alle ricchezze e alla mancanza di figli, vantaggi, dice Tacito, che valgono allo stesso modo in tempi buoni e cattivi. Iscrizioni trovate in Puglia attestano proprietà di questa donna nel barese e nel tarantino. Le proprietà apule erano solo una parte di un vasto patrimonio che includeva anche possedimenti nell’Istria: i prodotti istriani venivano commercializzati nell’Italia settentrionale, nel Norico e nella Pannonia, come mostrano i bolli anforici con il nome di Crispinilla, in varie abbreviazioni, diffusi in queste aree. Mi appassiono alla vicenda di Calvia Crispinilla perché mi sono occupata di alcune iscrizioni con i nomi di schiavi di Crispinilla: una rinvenuta a Bari in piazza Moro e attualmente dispersa e due, per la prima volta edite da Lidio Gasperini, rinvenute nell’agro di Taranto. In particolare in una stessa tenuta tarantina, detta ‘Foresta di Lupoli’ sono state recuperate tre epigrafi che ricordano l’una un servus gregarius di Crispinilla di nome Camulus, cioè un servo addetto alle greggi, la seconda è l’epitaffio di una serva Caesaris, posto dal figlio Ulpius Fortunatus - testo che documenta come alla morte di Crispinilla, senza figli, la sua proprietà fosse stata incamerata dal fìsco imperiale, e nello stesso sito è stato recuperato 1’epitaffio di una schiava di un Cassius. Chi fosse questo Cassius è diffìcile dire, se un precedente proprietario del fondo, se un vicino, o se non fosse Cassius il nome dell’autorevole consolare sposato da Crispinilla e di cui Tacito tace il nome, certamente non per caso: si è anche pensato all’autorevolissimo giureconsulto Cassio Longino, esiliato da Nerone, ma richiamato da Vespasiano nel 68. Ma si tratta di un terreno scivoloso, dove è più saggio astenersi dalle ipotesi (cfr. L’epigrafia latina della Peucezia, in Archeologia e Territorio. L’area peuceta, a cura di A. Ciancio, Gioia dei Colle 1989, pp. 119-121).
Prima di abbandonare la tematica della storia locale vorrei ricordare la direzione assunta dal prof Sirago, a partire dalla fine degli anni ‘70 sino al ‘91, della rivista “Puteoli”: una rivista incentrata sull’area flegrea, animata da Giuseppe Camodeca, attualmente purtroppo non più attiva, che ha dato dei contributi preziosi, alla conoscenza di quell’area così importante per il mercato di Roma. Su questa rivista figurano articoli di Sirago sulla flotta di Miseno (1983/84) e sui due finanzieri puteolani Cluvius (1977) e Vestorius (1979); vorrei ancora menzionare l’attenzione rivolta in più occasioni da Sirago ad un determinato ambito provinciale, vale a dire l’Africa romana, anche partecipando ai convegni annuali organizzati su questo tema da Attilio Mastino a Sassari ormai dal 1983.
Ma torniamo ai fenomeni ribellistici: pertiene a questo stesso tema, ma ad altro ambito territoriale l’attenzione rivolta al fenomeno ribellistico dei Bagaudae, la rivolta dei contadini gallici tra III e IV sec; e qui penso soprattutto al corposo volume: Galla Placidia e la trasformazione politica dell’Occidente, Lovanio 1961. Siamo con questo volume in piena età tardoantica, anzi in quel difficile V secolo che, come è stato osservato, per scarsità di fonti e complessità dei problemi raramente è fatto oggetto di ricerche approfondite. E’ necessario in proposito utilizzare innanzitutto uno specifico repertorio di fonti (storici bizantini, cronache), non comune per molti studiosi di storia antica. Va anzi sottolineato che non solo in questo volume monografico, ma anche in altre ricostruzioni storiche il disegno di Sirago include costantemente anche il tardo impero: quel periodo in cui, come scriveva Mazzarino, va ricercata la chiave della interpretazione della storia imperiale romana.
Infine alcune osservazioni di carattere più generale: la vasta produzione di Sirago mostra un percorso assolutamente originale, che tocca quasi non volendo temi d’avanguardia o alla moda, quali la storia agraria alla fine degli anni 50’, il banditismo, figure femminili, accanto a tematiche più tradizionali. Alcuni caratteri segnano questa produzione: lucidità nella percezione dei problemi, comprensione netta delle forze in gioco, l’estrema dimestichezza con le fonti antiche e la capacità ponderata di valutarle, ma colpisce anche la sempre convincente caratterizzazione psicologica dei vari personaggi: sicché non meravigliano affatto le incursioni di Sirago nel genere del romanzo. Infine Sirago pur affascinato, come tutti noi che studiamo l’impero romano, da questo impero enorme e di lunghissima durata, non è indulgente verso l’oggetto del suo studio, non ne nasconde, non ne giustifica la brutalità e la violenza, c’è piuttosto nella sua produzione tensione verso la comprensione della realtà storica, tensione verso la verità, per quanto essa ci sia accessibile. Mi piace concludere queste note con un’osservazione dello storico Sirago, non sempre abbastanza ribadita: anche la conoscenza di indicibili sofferenze si perde, quando non ci sia la vittoria, come nel caso dei cristiani, celebrata dai partigiani di quelle sofferenze (cfr. Trecentomila croci cit. p. 153).”
Marina Silvestrini



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